lunedì 15 settembre 2014

Follett e una notte oscura, una notte di lettura

Buongiorno eh! Chi non muore si rivede. O chi nasce. Dopo l'ultimo post è arrivato il mio secondo figlio.
Ho avuto un po' da fare. Ma non ho smesso di cercare per voi cose interessanti da leggere. Ieri è stato assegnato il premio CAMPIELLO, a Fontana, autore per Sellerio di "Morte di un uomo felice". Non so nulla del libro, e auguro ogni bene al giovane autore, però il titolo mi respinge, è una questione di magnetismo. Prima di passare all'oggetto misterioso del titolo del post, mi permetto un breve elenco di libri che mi sono piaciuti questa estate: "Gli Ultimi uomini", geniale ripubblicazione di Castelvecchi; la trama si sviluppa in appena due MILIARDI di anni; abbiamo un accorato appello degli uomini del futuro, che viaggiano nel tempo per chiederci di evitare scelte che comprometteranno l'esistenza del pianeta. Fantascienza "vergine", per gli amanti del genere, per gli apocalittici, e per tutti i nerd del globo.
Altra riedizione: "Letterature Germaniche Medievali", un prezioso volumetto firmato fa Jorge Louis Borges che spiega il senso della Letteratura, e quindi della vita...
Altra - e ultima - RIedizione: per merito o per colpa della Mondadori, il libro "Leader di te stesso" ha tagliato il traguardo di 10 anni di successi - senza picchi esagerati, però anche senza soluzione di continuità. "Ah! Ma che ti leggi quei libri di Self Help da imbonitori e venditori di fumo?" Sì. Mi piace il fumo, evidentemente.

 Non sottovalutate la possibilità di leggere un libro di analisi dei vostri comportamenti: sarebbe da presuntuosi. Io aggiungo solo che ci ho trovato tre o quattro spunti utili a emergere dalle sabbie mobili in cui mi trovo (trovavo?).
Ad agosto è uscito un libro sul Messico di Pino Cacucci, "Mahahual". Che andiate in Messico o no, leggetelo per respirare l'aria della strada e per sentirvi cittadini del mondo. I brani su Città del Messico sono i miei preferiti. La  fortuna del volume si deve senz'altro al fatto che nella platea dei lettori possibili, la stragrande maggioranza non è mai stata in Messico nè mai ci andrà: se nella lista "cose da fare" non avete un viaggio da quelle lande, prendetevi due (tre) libri di Cacucci sul tema e siete a posto. I precedenti sono già usciti in economica, e "Polvere del Messico" merita senz'altro di essere preso in considerazione: perchè la terra di cui parla è una utile sintesi dell'universo e perchè se non conoscete l'autore non potete trovare un punto di partenza migliore.

Ah, che momento: sono le 23:59 e ho qualche secondo per crogiolarmi all'idea di essere un libraio che lavora di notte. Perchè? Dunque, vediamo: sulla circolare c'è scritto "si ricorda che il volume in oggetto non potrà essere venduto nè esposto prima del 16 settembre 2014". Molto eccitante. Sveliamo questo piccolo mistero. Il "volume in oggetto" è l'ultimo capitolo della trilogia Century, "I giorni dell'eternità". Un libro molto atteso, che qualche fan ha prenotato già da mesi. L'autore è il britannico Ken Follett. Ho il libro tra le mani, e toh: è già... domani. Lo espongo e lo leggo, nella notte della libreria... che goduria.
La trilogia conta più di 3000 pagine totali, forse per questo la nobile parola "eternità" merita di campeggiare su questa copertina verde. Una trama di una complessità incredibile che narra le epopee - e le anti-epopee, direi - di alcune famiglie. L'arco di tempo è, come molti lavori di Follett, una roba esagerata e non entro in dettagli perchè tanto i due capitoli precedenti o si amano o si odiano. O li si vende, come ho fatto io negli ultimi 4 (lunghiiissimi) anni. Dinastie, guerre mondiali, gente comune, signore coi bigodini nella notte scura. Il Novecento dovrebbe essere il protagonista. Anche se è un "secolo breve", non è impresa da poco. Essendo io libraio notturno e NOTTOFILO, scavalco la data di ieri e vi dico che il libro mi piace!
Follett mi piace, mi è sempre piaciuto, ed è uno dei primi di cui ho potuto dire "questo è uno scrittore capace di incantare le persone. Un mago". Follett poi mi ha posto di fronte alla domanda: saper scrivere storie può consentire a un uomo di fare una vita da re? Era il 1995. In tasca avevo le lire, e vendevo i miei libri di testo (ovvero quelli pagati da mio padre) per comprare cd e libri in offerta, tipo i Pilastri della Terra a L 5000. Oggi esce il libro "finale" del filone migliore di Follett, quello storico: è un evento per tutti quelli che hanno amato "I pilastri". Un successo clamoroso: un romanzo, tanti libri. Una storia europea, che univa i libri di scuola e la produzione commerciale di libri d'avventura. E l'autore fa una vita se non da re, almeno da baronetto.

Be', non volete sapere come finisce quest'opera titanica?
Berlino, una oscura e fredda notte del novembre 1989. Nella confusione generale, le due folle di qua e di là dal muro si incoraggiano a vicenda. Le guardie ai check point sono armate, come sempre. Alcune imbracciano l'arma, altre puntano binocoli in ogni direzione, altre dirigono i potenti fanali. Mentre la folla si dimena tra una prudente permanenza fuori dai coni di luce e la frustrante libidine di osare una mossa inedita, un soldato parla concitato al telefono: non ha idea di cosa fare e i suoi superiori non dicono niente. a un certo punto: "Alles auf!", che è tipo "Aprire tutti i cancelli!". Cito il libro:

Tutti i cancelli si spalancarono contemporaneamente. Un boato si levò dalla folla che aspettava e che cominciò ad avanzare in massa [...] Li oltrepassarono e l'Est incontrò l'Ovest.

Noto le maiuscole: Est e Ovest sono nomi propri; per i più giovani questa cosa sembrerà inspiegabile: rendiamoci conto di come poteva andare la Storia, ragazzi. Chi conosce Berlino si sarà fatto un idea anche senza impegnarsi molto nello studio. Amicizie, affetti e amori divisi dall'ostacolo più grande di tutti: l'Assurdità, un muro che dovrebbe fermare degli esseri umani. Può durare per un po', e qualcuno ci rimette la pelle, purtroppo, ma GLI ESSERI UMANI NON LI PUOI FERMARE! Leggete Darwin!
Il librone finisce con la caduta del Muro. Finisce con la fine di un epoca. Finisce con la commozione di una delle protagoniste che rivede la propria famiglia riunita a dispetto delle grandi ideologie del Novecento, e incredula, fa:

"Eccoci qui" disse C., guardando il cerchio della sua famiglia che sorrideva felice. "Di nuovo insieme, finalmente. Dopo tutto quello che è successo".

Ti credo: più di 3000 pagine!
Con il classico umorismo inglese Follett realizza nelle ultime parole una perfetta identicità tra personaggio e il lettore. L'avrà fatto apposta?
Vecchio volpone gallese!

p.s. L'opera si conclude, nell'Epilogo (2008), con le parole: "Tesoro" rispose Maria "è una lunga storia."
Vecchio volpone recidivo!


domenica 18 maggio 2014

Terzani e una cura per noi stessi

Da qualche giorno nelle librerie c'è un nuovo libro su Tiziano Terzani.
Terzani è stato un giornalista italiano celebre per il suo lavoro in Oriente.
Sebbene il suo nome sia piuttosto noto, forse pochi sanno che questo fiorentino dalla bella barba bianca e dallo sguardo pacifico è stato il fondatore della redazione di Der Spiegel in Cina, nel 1980.
Nel 2004 la sua morte è stato l'inizio di una vasta diffusione del suo pensiero, e se oggi si pubblicano ancora libri su di lui, ma soprattutto, se tanta, tanta gente le conosce è proprio perchè è morto.
Oggi il pensiero e la figura etica di Terzani è attuale e incontaminata, e gode di una certa pop-olarità.
Grazie anche al fotto che era - ed è - molto simpatico a Fabio Fazio... ma questa è un'altra storia.
Nel 1994 si era trasferito con la famiglia a Delhi, e da quel momento la sua vita si iniziò ad arricchirsi di un misticismo che lui non ha mai ostentato, sebbene oggi molti possano - legittimamente - associare la sua immagine a quella del santone. D'altra nel 1999 si ritirò sulle montagne Himalayane.
Io ho iniziato a leggerlo nel 2002, quando ormai si era ritirato dal giornalismo professionista; non avevo idea di che faccia avesse (la foto sul libro era di un periodo antecedente). Avevo 25 anni e tanta voglia, anzi bisogno, un bisogno urgente, di capire l'animo umano. Di provaci, almeno. E lui aveva quell'aurea... Comunque, era l'indomani dell'11 settembre, e le sue "Lettere contro la guerra" significarono molto per me.
Mi fa piacere che alcune persone, come Alen Loreti, dedichino il loro tempo e le proprie capacità ad attualizzare e diffondere le idee di Terzani, perchè il tempo presente ha bisogno di molte medicine, e le parole di Terzani fanno bene. Condivido con voi queste: a chi gli domandava "Come fai a restare tanto tempo da solo?" lui rispose "Dipende con chi sei solo".
Capito?
Dipende con chi sei solo. Un velo si squarcia, un vento forte spazza l'anima. Quando stai con te, poi puoi davvero uscire, andare ovunque, e portare un contributo di scelte libere e consapevoli. Credo che sia utile trovare tempi e spazi per stare con se stessi. Non necessariamente sull'Himalaya.

Il libro di Terzani che sto leggendo è "Un'idea di destino", mi sento sereno nel dire che è bello e che consiglio a tutti di leggerlo.

per la foto chiedo scusa e ringrazio:
http://zenvadoligure.blogspot.it/2012/10/unisabazia-200607-tiziano-terzani.html

mercoledì 19 febbraio 2014

ZEN, STEVENS e altre medicine

In questi giorni faccio fatica a stare dietro all'attualità: il premier Zen viene segato dal segretario Fonzie, in Russia c'è la fiamma olimpica accesa mentre in Ucraina le fiamme sono nei palazzi del potere, a San Remo - che per ora non è raggiungibile in treno - è tornato il Festival, e per di più è ripresa la Champions League.
C'è bisogno di fermarsi a pensare un attimo e mettere a fuoco le cose (a parte in Ucraina, dove già lo fanno).
La parola che vorrei mettere in risalto oggi è legge. 
Sostantivo ma anche verbo, così diventa il filo rosso tra le tre cose che voglio dirvi. 
Non è il gioco televisivo di Carlo Conti ma provate un attimo a capire perché legge unisce i tre messaggi di oggi, che sono:
1) fatwa
2) calma
3) bugiardino
Da lettore e da libraio, provo uno stordimento totale quando il nuovo libro di un autore fino a quel momento mi era piaciuto mi delude. Parlo di delusioni forti, pericolosamente destabilizzanti, roba che toglie la terra da sotto i piedi. Mai provato? Non posso - MA QUANTO VORREI - fare esempi. Com'è possibile che una persona capace di rubarvi prima il sonno, poi il cervello e infine l'anima con un romanzo avvincente se ne esca con una trama inconsistente, personaggi scialbi e situazioni prevedibili: in poche parole, che scriva una cagata? Pubblichi una cosa che pare scritta da un altro?
L’unica spiegazione che mi sono dato è che uno Spirito esiste – almeno uno – e che di tanto in tanto entra in qualcuno di noi e gli fa fare o dire cose molto ispirate, per poi lasciarci alla nostra pochezza umana, per sempre.
Cat Stevens, ospite d'onore a San Remo ieri, ha scritto Father and Son, dolce canzone che è un GIGACLASSICO e che diceva tra l’altro “take your time, think a lot”.
Yusuf Islam, artista e intellettuale cresciuto a Londra, ha omesso di condannare chiaramente la fatwa contro Salman Rushdie - che per un inglese è già un fatto incredibile - contravvenendo al saggio consiglio “think a lot”! Ha finito per passare da accusatore di Rushdie.
Cat Stevens e Yusuf Islam sono la stessa persona. Controllate.
Father and Son fu un ispirazione, l’intervista su Rushdie no. Poi lo Spirito, in via eccezionale, è tornato da Yusuf e da questa visita sono scaturite nuove canzoni, un musical e una serie di rettifiche sulla fatwa (undici anni di rettifiche). L’esempio non è esaustivo.
Io resto colpito dalle parole e dalle storie, chi le scriva è un dettaglio. E voi?
In cinquemila anni di scrittura di autori ne sono passati un po’, ma quelli che restano sono mosche bianche. 
Alcuni, invece, hanno scritto tante cose importanti, hanno avuto continuità nella qualità anzichè nella quantità, e sfruttare l’ispirazione non era tra le loro preoccupazioni: questi sono i Grandi.
Vecchi e nuovi. Ripeto il concetto: quelli nuovi bisogna cercarseli, li fanno le le nostre letture. Abbiamo un ruolo nella storia? Bo'! Abbiamo di sicuro un ruolo nel successo dei libri.
Penso che si debba pensare al volume giusto e mettersi lì a cercarlo, nel giusto posto, nei giusti modi.
Anche nell’ambiente dell’editoria ci sono grida, strilli e schiamazzi. Devi un po' isolarti, tirare fuori lo zen che è in te, e non badare agli spot. Le belle copertine, le fascette, sono come certe belle canzoni pop, immortali quanto leggére.
Il mondo va di fretta, e continuerà così per un bel po’.
Eppure chi va piano non è in contravvenzione, anzi è nel giusto, e sta rispettando perfino quelli che suonano, dietro. Ecco, per me il libraio è uno che va piano, uno calmo. Per esempio, è uno che legge i libretti di istruzioni e le avvertenze. Chi di voi lo fa? Ah, io sono un fanatico dei manuali d'istruzioni! Leggo sempre i bugiardini delle medicine. Penso che anche i libri dovrebbero avere il loro bugiardino, e che ci crediate o no non sono il solo.
In questi giorni sfoglio un volume che Sellerio ha pubblicato a novembre: "Curarsi con i libri".
Cos'è? L'edizione italiana di una genialata di due autrici inglesi, Ella Berthoud e Susan Elderkin, biblioterapiste. E ho detto tutto. Il libro elenca dei malesseri che possono passare grazie a una lettura quanto mai "sana". Lo trovo un libro impagabile! Una vena di humor lo attaversa con discrezione, la cura di Fabio Stassi e il lavoro manuale di Sellerio lo tiene ben unito e credo sarebbe utile in ogni casa, specie se sistemato affianco al libro di ricette della nonna - che potrebbe avere lo stesso effetto su alcuni mali. 
"La prossima volta che sentite il bisogno di tirarvi su, ricorrete a un romanzo" (pag. 18). Loro due devono aver letto di tutto, con metodo scrupoloso e tanta dedizione - facendo ZEN? - a noi basta incrociare il libro giusto al momento giusto, e per farlo potremmo anche chiedere a un libraio...

giovedì 30 gennaio 2014

COMPULSARE se si è fatta bella figura

Mentana sonda il (suo) pubblico

Oh,
eccoci qui a parlare di parole e a scrivere di scrittura, dopo una lunga, lunga       ... pausa.
Mentre mi accingevo a postare un breve pensiero natalizio su come i libri siano ponti tra le persone, la mia routine da libraio compassato è stata stravolta dal rinvio di una scadenza piuttosto importante.
All'improvviso non avevo più voglia di parlare di regali, di ponti e di Natale. Adesso è tutto alle spalle, e lo spunto buono è arrivato da un tiggì della sera ("in parte di parte", se consentite).
Ero a tavola con quanto di meglio potessi desiderare dalla vita, cioè pesce azzurro panato e patate fritte condivise con la mia dolce metà e il nostro pargolo biondo, quando Enrico Mentana se ne esce dal televisore con queste parole "Ho appena compulsato gli aggiornamenti e... non ci sono altre notizie da riferire".
Compulsato. Parola che colpisce. Pesante.
Quasi mi va di traverso il boccone.
Il mio programma di scrittura, un programma elementare, gratuito, quasi rozzo, segnala questa parola in tutte le sue declinazioni con la sottolineatura rossa. Software da poveracci... Comunque. Io questo termine lo conosco. Un linguaggio, come dire, fuori moda (forse Mentana avrebbe detto "desueto").
O forse "forbito". Quando studiavo, sì ... tutti quelli che hanno fatto una tesi compilativa sanno cosa significa, si compulsano schedari e bibliografie alla ricerca (spesso affannata) di dati buoni a salvare un capitolo, o una tesi, o tutta una carriera universitaria.
Si tratta di un modo di consultare. Però non si usa, davvero, non si usa più, la sera a cena poi... Lo so, lo so che quel tiggì è per gente colta. Intellettuali, mica un target da TG4.
Però a me ha mandato il fish'n'chips di traverso. Perchè? M'ha fatto pensare a un tentativo di sondaggio della platea. "Vediamo se questa parola funziona": carotaggio culturale. Siamo noi all'altezza di Mentana, o il direttore è all'altezza del pubblico radical chic che - a quanto pare - cerca di acciuffare... ops, adescare?
Almeno all'ora dei pasti, parlate come mangiate!

Libri dal Limbo
Per fortuna per parecchi giorni ho digiunato dai telegiornali della sera. In luogo dei mezzibusti avevo qualche volumetto, che avevo preso per compagnia (anche i mezzobusti servono a far compagnia).
Tra i meno comuni vi segnalo un libro scintillante: Non dirmi che hai paura. L'editore non ha bisogno di pubblicità e l'autore (gli auguro) potrà godere di una qualche visibilità, però ai miei occhi resta un esordiente: Catozzella, si chiama. Un cognome che mi fa simpatia.
La frase che potrebbe spingervi a leggere questa storia di libertà negate e conquistate, positiva e vera, è:
"La corsa è il mio mare". Una bambina che vive tra mille difficoltà taglierà traguardi imprevedibili. 4 stelle.
Ho tanto bisogno di sperare... ah! E di stimarmi, perciò ora cito me stesso:
"Chi pensa al futuro pensa agli altri
chi pensa al presente a sè stesso."
Che dite: ho fatto bella figura?
Comunque gli altri libri che mi ero portato nel limbo erano 2 Mondadori (Corona MAURO e Mazzantini) e un Paul Auster nuovo: questi NO, non rischiano un eclissi mediatica, meglio allora citare un Catozzella (Giuseppe).
Belli pure Corona e Auster, ammazza! 3 stelle sicure!
La Mazzantini non l'ho letta perchè mi hanno fatto uscire dal Limbo in tempi brevi. Meno male...

martedì 17 dicembre 2013

Gli unici che abbassano i prezzi: COME FARANNO?

Novità editoriale papale-popolare

"Evangelii gaudium" nuova edizione, cosa cambia? Poco: è già uscito in edizione economica. Dai 5 euro e 90 del cartonato incollato della San Paolo ai 4 del brossurato all'olandese di EDB - ovvero le vecchie care Edizioni Dehoniane. Adesso il libro costa quanto un biglietto d'auguri con le scritte a rilievo. Se qualcuno aggrotta le sopracciglia nel leggere "brossurato all'olandese" non mi stupisco: si tratta di un "tecnicismo". La olandese è la copertina con le alette ripiegate all'interno della seconda e della terza pagina di copertina; è un cartoncino resistente che si incolla direttamente al volume. Il libro così fatto è flessibile ma più forte del comune paperback.
Dal punto di vista dei contenuti, la differenza sta nell'assenza di una introduzione. L'edizone EDB è tutto Papa e niente Semeraro, perciò la prima parola del libro è "gioia", alla faccia di tutti gli scrittori che hanno problemi con l'incipit.
Aggiungo anche una nota di sollievo circa il dubbio del post precedente: si può associare il termine "socialista" al sommo pontefice di Roma senza essere fulminati dall'ira divina? Dato che non si offende se degli ultraconservatori statunitensi gli danno del marxista, magari non gli dispiace neanche se io lo trovo un po' socialista. Non mi aspetto anatemi. D'altra parte, mica gli ho dato del comunista...
Cari tea-partysti, non crucciatevi, Francesco era e resta un vero e proprio Pope, come dite voi, "pop"!

martedì 10 dicembre 2013

Correntizio, Orizzonte, Unità e ... Facciatosta

Non siamo a scuola e le giustificazioni sembrano fuori luogo, ma per dimostrare - quantomeno a me stesso - che il blog è una cosa seria, penso di poter scrivere due parole a spiegare la mia prolungata assenza.
Nel mese passato ho percorso in equilibrio precario una fragile fune tesa da un punto A a un punto B, dove il punto A è la vita e l'insieme delle cose che ruotano intorno ad essa, e il punto B è la morte e i suoi malfamati dintorni. E' stato un viaggio andata e ritorno, e io ero il viaggiatore, non mi trovavo personalmente né in A né in B. Lo dico per quelli che stanno già pensando a una mia resurrezione. Purtroppo non è risorto nessuno.
Questo avanti e indietro ha assorbito ogni cosa di me, tutto qui.

Il post segue e attraversa alcuni avvenimenti pubblici di grande risalto: la morte di Mandela e la nascita del nuovo PD, la politica italienska e la crisi economica, stuff like these. I telegiornali generalisti parlano con eccessiva enfasi di questi due temi e della Rivolta dei Forconi. C'è un movimento popolare degno di interesse anche in Ucraina, però (dico Ucraina perchè lì è roba fresca, anzi fredda, ma c'è da pescare anche altrove). C'è un natale dei consumi che si avvicina: verrà accolto da consumatori ampiamente impreparati a fare festa. Di questi due ultimi temi credo si parli poco, troppo poco, e male, troppo male. Dis-tratti.
Ci sono ancora dei militari in attesa di giudizio in India - e rischiano grosso - e ci sono degli attivisti di Greenpeace con delle grosse grane pendenti nei confronti del governo russo.
Penso che parlarne potrebbe cambiare qualcosa. L'opinione pubblica può fare qualcosa, specie se uno Stato Nazionale - ed è, ahime, il caso dell'Itahia - è ai suoi minimi storici come peso internazionale. Invece si parla di crisi economica, una questione che non muterà certo grazie al chiacchiericcio televisivo.
Il fatto è che la libreria mi offre ogni giorno la possibilità di vedere con una certa calma temi oscurati o appannati da altri media (perchè la LIBRERIA E' UN MEDIUM), e questo mi fa riflettere.
Come si fa causa al Comune, che mi chiede l'IMU anche se lo Stato non me la chiede più? Come si fa una class action efficace? Nel suo libro, Vespa non lo spiega. Troppe pagine vergate nei salotti buoni.
Perciò oggi parlerò di libri "sfigati"...

Un modo chiaro per descrivere il significato di "sfigato"? Lo sfigato è uno che non viene invitato alle feste.
Allo stesso modo, i libri intorno ai quali faccio un ragionamento oggi non partecipano alla festa delle "vendite natalizie". Aggiungo però che se dovessi partire per un'isola deserta, o meglio per Marte NON porterei nessuno di questi libri. Che sono:

1 EVANGELII GAUDIUM, Bergoglio, edit. SAN PAOLO, 300 pp., € 5.90
2 ISLANDA CHIAMA ITALIA, Degl'innocenti, Arianna Editrice, 200 pp., € 11.90
3 I TRE GIORNI che sconvolsero il PD, Zampa, Imprimatur editore, 150 pp., € 12

D'ora in vanti non userò più il maiuscolo a sproposito. Questo è il mio "Impegno 2014" ... ah ah (vi do due giorni per capirla).

Voi non potete immaginare quanti legami ci siano tra questi tre libri sfigati. Voglio dire: tra legami forti ed altri flebili e arditi, ce ne sono davvero un'infinità. Questi tre volumi per me sono un vero trittico. Credo proprio che gli autori abbiano scritto a sei mani, otto se contiamo lo Spirito Santo.
Ad esempio l'autore del libro 1 viene, se non lo sapete, da una lunga gavetta in Argentina, che è l'unico grande paese (40 milioni di abitanti) ad avere in comune col l'Islanda (320 mila, libro 2) la capacità di uscire da una crisi economica profonda e di enorme gravità. L'altro è l'Ecuador, mi pare, ma è più piccolo.
Tutti i testi sono usciti quest'anno e tutti appartengono alla saggistica economica. Tutti e tre svelano l'apparenza e vanno dritti al punto senza finzioni: il primo è 'na spece de enciclica che - finalmente - contiene le parole recenti dell'autore, Papa Francesco, dopo innumerevoli pubblicazioni su di lui in cui ci sono scritte parole non sue; il secondo descrive come fare il "colpo del secolo", ovvero come cancellare i propri debiti e vivere felici e contenti - il volumetto inoltre colma una distanza geografica discreta ma che si tende a esagerare; il terzo riporta documenti e intere conversazioni dei reali interpreti di un disastro politico tra i più imbarazzanti della storia del nostro paese (18 - 20 aprile 2013). Tre libri impossibili da riassumere: come avete letto sono piuttosto brevi. Il più lungo è anche il più economico...
Altri legami: 1 e 2 indicano che nella Chiesa Cattolica e in Islanda (badate, non si può chiamarla Repubblica Parlamentare d'Islanda) c'è stata una svolta, il libro 3 indica che da noi, nella Repubblica Italiana, una svolta non c'è stata. Il fatto che non ci sarà nemmeno in futuro è una mia opinione, mentre al riguardo la Zampa, autrice, non si sbilancia.
"I flussi di denaro non esistono": è una delle conclusioni che illuminano le pagine - a tratti tecniche - di Degl'innocenti. Secondo lui gli islandesi hanno compreso il concetto "i soldi servono, ma non governano".
Vediamo al volo come ci arriva: l'Islanda aveva un debito di alcuni milioni di dollari con le banche, ma la maggioranza della popolazione ha deciso che la colpa è delle banche. Il debito lo pagheranno le banche. Chiaro? Per me è chiarissimo. Vi invito a esprimere dubbi. E' utile specificare: non so se l'Italia può fare quello che ha fatto l'Islanda. So che ci sono delle differenze tra Italia e Islanda. In Islanda fa più freddo e non ci sono rotaie. I treni italiani sono quindi migliori dei treni islandesi ...
Gli islandesi sono usciti a modo loro dal neoliberismo. Lo hanno fatto senza scomporsi, come un serpente che lascia la vecchia pelle. Loro avevano avuto bisogno del mercato. Lo sono andati a cercare, lo hanno trovato e se lo sono tenuto in casa. Fino al 2008 ("la nazione più felice del mondo", si diceva allora). Poi si sono sentiti traditi dal mercato. E gliene hanno cantate quattro.
Ricordate Naomi Klein e il suo libro-manifesto "No logo"? Per lei il neoliberismo è una specie di tessuto speciale molto intricato, fatto di multinazionali che si legano al potere che si lega alle banche che si legano alle multinazionali. Imbrigliando (imbrogliando? ho detto imbrigliando?) gli altri. Da questo intreccio gli islandesi - cioè "gli altri", gli uomini comuni - si sono divincolati. Si sono stretti insieme e hanno intonato in coro "Ciao ciao debito"... Questo iter, durato pochi anni, mi ha condotto dritto dritto alla protesta dei forconi-furgoni (il movimento è partito dal settore trasporti). In questi giorni, in qualunque città italica, a chiunque può capitare di incontrare un uomo vestito col tricolore che distribuisce volantini. Sul volantino troverà scritto "basta tasse", che è la traduzione italiana di "basta debiti". Il motivo per leggere "Islanda chiama Italia" è la speranza. Stare uniti produce forza.
Il PD ne è un esempio lampante. Non certo per i fatti attuali, ma per quelli che vanno da un anno fa ad aprile 2013.
Essere disuniti, indebolisce. Partiti politici deboli non riescono a fare nulla. Il partito che ha preso più voti non è riuscito a fare nulla. Troppo tempo è stato sprecato, ancora nessuno si è presentato a pagare il conto. La parola più brutta di questo post è correntizio. Il PD è correntizio. Il libro della Zampa lo dimostra, anzi lo denuncia, e di questo bisogna darle atto, dato che lei nel PD c'è dentro fino al collo.
Denuncia sé stessa. Credo si tratti di un atto consapevole.
Ricordate le ultime elezioni politiche? Un suicidio del PD, uno dei migliori suicidi della Storia d'Italia! Ricordate l'elezione del Presidente della Repubblica e la faccenda dei "franchi tiratori"? Implosione del PD - la cui potenza d'urto fu amplificata dal maldestro tentativo di incolpare altri partiti. In "I tre giorni" trovate davvero una gran mole di dettagli sulla questione. Cronaca di fatti decisivi vista da dentro, che ho trovato credibile. Se vi è antipatico Prodi, però, non lo leggete, per favore.
La Zampa è un'allieva del Professore, anzi: una devota. Gli riconosco una bella facciatosta: denunciare il correntismo e dichiararsi prodiana.
Ma io vorrei parlare solo di parole e di libri. Il correntismo è una parola che merita attenzione, perchè è attuale, è di moda e fa... tendenza. Nei partiti, nei sindacati e nelle aziende il correntismo è un dato di fatto. Perciò va da sè che lo sia anche nella Chiesa Romana (ci sono obiezioni?). Il correntismo divide il corpus dispensando l'appetitosa illusione di potenziare singole parti del totale. Funziona molto bene dove c'è spazio per i complotti, le sedizioni e le lotte di potere. Restringe la visione, dal generale si passa al particolare, rinnovando il duello tra Machiavelli e Guicciardini. Sono passati 600 anni, poco è mutato. Perchè l'uomo, se cambia, cambia poco col metodo graduale e tanto per scatti (basti pensare ai nostri amici X-men). Il correntismo è un fatto umano, come il peccato. Peccato!
A proposito di peccato e di correnti, è ora di motivare la lettura di "Evangelii gaudium": è bello da leggere. Sapete come è fatto? E' composto da tanti brani, brevi e meno brevi, stesi con un linguaggio perfettamente comprensibile. I termini più aspri sono "esortazione" e "apostolica" e li trovate in copertina. Per convincersi che si tratta di una "cosa di chiesa" bisogna proprio leggere l'introduzione, che non ha scritto Bergoglio; è di Semeraro, che coadiuva il papa nella riforma della Curia. Stando agli annunci, si vogliono serrare le fila,  rafforzare il contatto tra fedeli e istituzioni (ecclesiastiche). Gente, pare davvero che la Chiesa Romana cambierà. Ho preferito questo libro tra decine legati alla figura del papa, che ho comunque dovuto vagliare in libreria, perchè le vecchine dopo il terzo libro "del papa" non ci capivano più nulla. Avevano ragione: nelle librerie c'è troppa roba sull'argomento. Troppo, pure le figurine! L'eccesso è editoriale, chiaro? Il sospetto cresce: monetizzare la popolarità di Francesco. Però questa "enciclica mascherata" è bella, ragazzi; ha un alto tasso di quel linguaggio della "prossimità" che sta facendo la fortuna di questo pontefice; è chiara; è emozionante. Il libro mostra un pensiero dall'orizzonte ampio.
Si può dire "tardo-socialista" nello stesso testo in cui si parla del papa? Allora sia: ci trovo delle tracce di socialismo - ve le andate a cercare (solo un indizio: pag 237 "il tutto è superiore alla parte", mi ha fatto pensare a Mandela che rinuncia alla liberazione per arrivare al benessere di tutto il Sudafrica).
Saggistica economica due volte: costa poco e parla anche di finanza. Mi piace l'invettiva contro l'economia dell'esclusione ( "il denaro che governa invece di servire", vedi libro 2). Vi anticipo che restano dei paletti mooolto cattolici: tipo una variante soft ma sempre inopportuna di maschilismo e la negazione della patente di progresso civile alla ricerca scientifica, se essa si immischia nell'oscura, eretica materia dell'aborto.
I temi sono davvero tanti, non vado oltre.
Leggere questo papa mi ha fatto bene. Provate! Anche se, certo, è da sfigati... Comunque...
Se a parlare è un uomo che sembra buono, è più facile credere nel perdono... Possiamo peccare!

Ah, se la Chiesa aderisse davvero a questo libro...

 p.s.: la cosiddetta "politica italiana" non esiste, ecco perchè scrivo italienska.


domenica 13 ottobre 2013

Un poeta dei nostri giorni, Erri

Libro: Storia di Irene

Parola: pace

Di un autore come Erri De Luca si dovrebbe parlare solo se si è preparati, perché è troppo famoso per avventurarsi in analisi che susciterebbero risa o rabbia nei suoi lettori affezionati.
Io non sono preparato sull’autore. Di solito penso alle opere, non a chi le scrive (lo vedrei come un condizionamento del marketing).
Ho letto “Aceto, arcobaleno” dieci anni dopo la pubblicazione.
“Il peso della farfalla” quando avevo iniziato la mia nuova vita da tre anni. Non faccio confronti.
Adesso è nelle librerie – e anche, copioso, nella mia – “Storia di Irene”, e l’ho letto subito, perché mi piaceva il titolo. Appena arrivato, l’ho iniziato. Era il giorno prima della pubblicazione, ed è stata un’esperienza molto intima, un esperienza notturna, quasi monastica, fatta di ritorni alla riga prima.

“Storia di Irene” mostra un intento di essenzialità: vi racconto una storia che parla di Irene.
So che l’autore procede spesso secondo delle regole apparenti , e mi dico “ora come ora, mi ci vuole lo stile essenziale di De Luca”. Dico “apparenti” perché non voglio fare il critico letterario: a me paiono regole, ma non so se lo sono o se sono intenzionali. Un mio amico conosce bene De Luca: chiederò a lui (http://www.dabe.it/category/libri). Posso dire che trovo la scrittura pulita, forte e attraversata dall'amore per la lingua.
La mia lettura procedeva per didascalie. E alla fine avevo visto una storia.
Irene è una ragazzina che il narratore, straniero, incontra su un’isola greca.
Il nome del narratore non sta scritto in nessuna riga, ma potrebbe essere Erri – vi dirò poi perché. Irene non parla con le parole. Comunica con il forestiero (mi piace tanto questa parola) attraverso un altro linguaggio.
Non ha genitori, vive da sola sull’isola, ed è isolata, perché porta in grembo una creatura, nonostante la giovane età.
Le poche donne del posto le sono ostili. I pescatori pescano.
Lei preferisce star coi delfini.
I delfini sono insospettabili protagonisti, in questa storia. E' un pregio all’opera.
I delfini sono un simbolo, ma invito ciascun lettore a produrre una interpretazione personale: è una possibilità, e un grande dono che ci fa l’autore; la mano che ce lo porge il dono si chiama "essenzialità"; esso è fatto “togliendo” anziché “dando”, ma per questo vale di più.
Critico letterario o no, proseguite nella lettura, perché vi offro un po’ della bellezza che ho trovato sulle pagine dello scrittore campano. Che è alpinista lo sapevate già? Bene!
Intanto ci sono ragioni a sufficienza per postare le impressioni suscitate da “Storia di Irene”.
Quando l'oggetto del post è un libro, il post è lungo. Da me funziona così.
Qui si parla di libri e di passione per la parola: lo stile di De Luca esalta la parola, la mette su un piedistallo, di legno, basso e disadorno, ma sempre piedistallo… Innumerevoli gli esempi, i miei preferiti li elenco e li grassetto.
Sì! Sarà un elenco.
Caro Autore, ti cito letteralmente, perché, da poeta, usi formule perfette e perché il riassunto sarebbe impossibile. Lo faccio per i lettori, ma anche per te, perciò non mi denunciare, se puoi.
“Nel greco imparato al liceo esisteva la parola eirene, a indicare una pace. Le dettero quel nome dopo la tempesta.
Il mio invece è buffo (Erri, voce del verbo errare: viaggiare – sbagliare, dico io) […] Ora è un nome di fortuna. Accompagna qualche titolo di libro, più da autista che da autore (si da’ un aut-aut, dico io). Faccio il conducente (errante, d.i.) di storie.”

Questo brano spiega come il narratore possa coincidere con l’autore (o autista, come preferite).
“Irene dice che i nomi sono fischi, servono a chiamare. Il suo squilla nel mare, tra i delfini che giocano a chi lo lancia più lontano. In terraferma è spento, nessuno chiama una sordomuta.
Le frasi di Irene non usano la congiunzione e, lettera che disegna un nodo (e in corsivo, dico io). Le lingue che conosco non possono fare senza, per legare.”
Questi passaggi ci fanno incrociare l’attenzione di De Luca per i nomi e per le parole, e mettono i nomi tra i temi dell’opera. Questo libro è sui nomi, sulle chiamate, sui significati. Il tutto perfettamente disciolto in un racconto. Pensi anche alla Poesia, inevitabilmente. Doppio piacere. Guardate che salto dalla pagina fa la congiunzione “e”: esce dal piano della stampa, dove stanno tutte le lettere della storia di Irene, e vi chiede di scriverla in corsivo; sul tavolo, o a bordo pagina, a matita o a penna, ma in corsivo. Tac: è un dannato nodo, la “e”. Semplice, ma nuovo. Ci viene ri-velato un nesso tra significato e segno grafico che, forse, ci era stato seminato nel cervello a sei anni d’età, dalla maestra delle elementari. I legami a Irene non piacciono, perciò non usa congiunzioni. Che legano.

In perfetta sintonia con la maniera asciutta di narrare storie per immagini, De Luca ricorre volentieri al simbolo.
Lo specchio è un simbolo molto famoso. I letterati, che mettono sempre ciò che pensano su un foglio – o in un video – di fronte ai propri occhi, hanno una certa dimestichezza con questo simbolo.
Nemmeno i più grandi hanno evitato il confronto con il simbolo dello specchio.
“Ha un coccio di specchio, lo porta ai delfini, i più giovani saltano intorno per vedersi. Fanno le acrobazie per guardarsi nel vetro di Irene.”
Delfino nello specchio: simbolo nel simbolo. Grazie De Luca! Quante immagini offri! Tante le finestre che si sono aperte quando ho assistito allo stupore di un delfino che per la prima volta vedeva la propria immagine riflessa!
Adesso penso sia giusto aggiungere il dettaglio dell’andare a capo allo stesso modo in cui si va sul libro fisico:
“Le racconto di un labirinto di specchi che
c’era nell’epoca d’infanzia a Napoli. Ci si en-
trava pagando un biglietto, il traguardo era
uscirne, un gioco simile all’alpinismo. […]
Distratto dai troppi me stesso, prendevo zuc-
cate nei vetri, […]
Chiusero il labirinto per troppi incidenti e bernoccoli. Ride di più.
Ricordo dei versi di uno che non amava gli
specchi e scrisse una poesia contro di loro:
oggi, al capo di tanti e di perplessi anni
a vagare sotto varia luna,
mi chiedo quale azzardo di fortuna
mi procurò il timore degli specchi.”

Il buon vecchio Borges, esperto di labirinti, ammette di sentirsi fortunato a temere lo specchio.
De Luca ha letto e tradotto Borges. Un altro che trattava con estremo rispetto le parole; uno scrittore considerato Maestro da alcuni scrittori.
Noi capiamo che Irene è uno specchio per chi sta con lei.
Il narratore sta facendo un percorso, grazie a questa bambina-madre silenziosa ed enigmatica.
E sa che distrarsi con sé stessi è tema diffuso, frequente ostacolo di tanti percorsi.
Quando scambiamo la nostra storia con qualcuno, o con qualcosa, con un quaderno, con un animale, noi scriviamo una parte di quella storia. E scriverla ci aiuta a comprendere, se non altro per tentare di farci comprendere dalla controparte.
Senza parole, Irene “dice” di sé. Richiede un ascolto speciale, che al silenzio somma l’interpretazione. Chi è l’interprete? Chi il prete? Chi il sacerdote di questa liturgia del silenzio?
La nostra coscienza profonda. Il mare che è dentro di noi.
L’immensità molteplice...
eppure racchiusa.
Il posto dove non andiamo quasi mai. Dove troveremmo un “qualcosa” di noi scomodo da tener presente. Ho citato Ligabue? Meglio andare avanti.

“[…] con l’Africa è diverso.
Chi è stato o si è fermato in un suo minimo
cantuccio, può dire di averla abitata.
Parlavo allora il kiswahili, una lingua che ignora il verbo avere,
attenta a distinguere nella grammatica gli esseri umani,
gli animali, le cose.”
Quando sono arrivato a questa pagina, il naufragio di Scicli era già avvenuto. Il viaggio era iniziato una settimana prima: quando avevo il libro tra le mani, di  notte, quelle persone viaggiavano in mare aperto. Che distanza posso mettere tra la mia veglia di lettura e la loro veglia di sopravvivenza? Tutte le gocce di tutti gli oceani, disposte in fila per uno. Dopo aver letto le notizie del naufragio, i tredici morti e tutto il resto, ho ripreso il libro: ho trovato tanti punti di contatto.
In una lingua africana non c’è il verbo avere. Perché mi stupisco?
E’ la verità o la visione di un poeta? (La Poesia insegna che le due cose possono coincidere.) Io leggevo, quelle persone viaggiavano e morivano.
Non dimentico che poi è seguita l’ecatombe, Lampedusa, e la sensibilità dei media. Questa pagina resterà anche quando l’emozione sarà passata.
Forse solo allora sarà utile: a ram-mentare. O a rammendare.
Contesti diversi, ma il rombo delle cronache lampedusane è così insistente che, appena trova un appiglio, la mente cuce pezze tutte diversi, ma utili messe assieme:
la pagina è 47 - a Napoli un numero che parla - “loro” sono i reduci sia della fame che dello storico viaggio di Colombo e dei suoi equi-paggi, perchè loro qui oggi credono ci sia l'America:
“allo sbarco sull’isola d’estate, riepetevo a
bassa voce le sillabe della loro euforia. ‘Tierra’.
Da inginocchiarsi per baciarla, dopo nove mesi nelle viscere della città balena”
Qui la città balena altro non è altro che la caravella di Cristoforo Colombo sotto metafora; il viaggio cui si riferisce l’autore è un suo modesto traghetto dal molo Beverello, nel porto di Napoli, e il simbolo che gli torna in mente è evidentemente la ricerca delle Americhe.
Non mi metterei a scrivere forzate associazioni tra il viaggio del 1492 e quello del 2013.
Però sì: le faccio a mente, senza scriverle. La traversata, la speranza, la ricerca di miglior sorte. 
“Mi toglievo le scarpe e inauguravo la stagione scalza.
Il cielo rotondo a semicerchio, che invitava chiunque a essere il centro.”
Scendevi dalla barca, con l’ansia alle stelle. E le stelle in alto. Ti spiaggi, e respiri forte...
Sei vivo, il mondo sotto di te, il cielo sopra. In mezzo, tu. Già che ci sei, ti senti il centro.
Sai di avere poche possibilità, ma te ne basterebbe una sola per sentire di potercela fare. Questo mi viene in mente se penso a una persona che decide di lasciare la sua terra per fame di cibo o di diritti, ma è un’immagine che rappresenta anche me.
Non sono in fuga per la salvezza, ma mi sono figurato –forse è un’allucinazione?- il mio mondo come un mare forza 9, nel quale stento a galleggiare. E mi piacerebbe, davvero, navigare in acque meno pericolose, starmene tranquillo, col poco che mi farei bastare. Un tavolo, un libro, una coppa di gelato o un caffè. In pace. Eirene.
Mi accontento perché posso accontentarmi. Se però non potessi, cercherei anch’io un mezzo di fortuna, e darei tutto ciò che ho per giocare la mia sola chance. Punto interrogativo.
Ma dov’è finita Irene? Eh, non la troverete qui. C’è il libro, se volete.
Qui, invece, trovate un finale di post a base di parole e simboli, ancora.
Qui, il racconto è il secondo del libro (totale = 3), e tratta della salvezza del nonno-soldato di De Luca, seconda guerra mondiale.

Pagina 92: “fu una traversata quieta, di tre ore. Arrivarono a ridosso di Capri e vollero evitare il porto di Marina Grande, dove sarebbero stati fermati e trattenuti. Cercarono un attracco tra gli scogli.
Il mare lento non dava rischio di sbattere contro l’aspro della costa. […] Avevano raggiunto la terra liberata e coincideva per loro con la villeggiatura. Si erano tolti la guerra di dosso.

E festeggiarono, in silenzio, con pacche, abbracci, esultanze mute.”